Giorno 2.
18 luglio 2024
Algiers, Hotel Samir
Ho la pancia piena e la sensazione che sarà una costante delle prossime sere. Dopo tutta quell’abbondanza di deliziose pietanze, avevo immaginato di girare per le strade vicino casa; già lo vedevo il nostro incedere inerte ed il molle ancheggiare dei fianchi ad accompagnare la digestione. Ma per le donne Boughrara, e per Sihem, la capitale è città troppo umida e troppo calda per invogliare all’esplorazione, e rientriamo direttamente al Samir dopo cena.
In Algiers, sono Maïssâ, Tata, Asma e Sihem le autorità che mi accompagnano. Tata è madre di Maïssa e Asma, Sihem è un’amica d’infanzia di Maïssâ. La parola Waharan, che letteralmente significa ‘Due leoni’, è il nome della seconda città costiera dopo Algiers, che a questa è collegata da una tratta di treno che, fatta tappa nella capitale, prosegue a nord-est verso le terre della Cabilia. Conosciuta dalle nostre parti con il nome di Oran, Waharan è casa della famiglia Boughrara tutta e di Sihem; approderemo nella città tra qualche giorno.
Oggi siamo andate a visitare la basilica di Notre Dame d’Afrique. Un po’ deludente per il mio desiderio di esotismo (bella la telepherique però). Poi, ammetto di aver dovuto dialogare a lungo con me stessa per scrollarmi di dosso il senso di oppressione datomi dall’apprendere l’esistenza di piani estremamente dettagliati per i prossimi giorni. Ancora devo abituarmi alla calca umida di Algiers che già agogno di arrivare a Waharan e esercitare quella libertà che non riesco, nonostante tutti i miei sforzi di empatia ed esercizi di gratitudine, a non sentire come ingiustamente negata! Sono grata, sono grata.
Segue sommario dei paragrafi rimossi in fase di redazione. Nell’ordine:
- un intero paragrafo in cui riscopro la Storia, rievocando la Libia colonia italiana tra il 1934 (ma Asma parla già del 1911) e il 1940;
- frasi di apprezzamento per il tempo e lo spazio che queste donne mi stavano regalando; frasi in cui adesso non posso fare a meno di leggere un tenero slancio autopersuasivo, un esercizio di pensiero p(rop)ositivo;
- una fedele trascrizione di quel che Asma mi ha sussurrato con zelo sulle panche della Basilique de Notre Dame d’Afrique. Mi sono bevuta ogni sua parola, piena di stupore e dimentica di qualsivoglia metodo scientifico. In particolare, due delle storie di Asma hanno colpito la me del passato: Primo, che la parola ‘Maometto’, italiano per ‘Muhammed’ nome del profeta, sarebbe per suono vicina all’espressione che in arabo significa ‘colui che non ringrazia [Dio]’, e suonerebbe dunque come Satana ad orecchie algerine [nessun elemento a supporto è stato ritrovato sul web. Questo non mi ha impedito di scrivere una riflessione accorata sul male che inconsapevolmente si può recare con le parole]; Secondo, che la parola Allah è concepita per poter essere pronunciata senza sforzo (” È vero! Prova! “Al lahhh” “), poiché ‘senza sforzo deve essere l’appello a Dio’ [questa non ho controllato le fonti e non lo faccio nemmeno adesso; mi sembra plausibile, mi piace, mi ricorderò del caveat, la tengo. ].
- una descrizione dell’assordante rumore dei clacson delle macchine cariche di adolescenti neo diplomati che inondavano le strade della capitale, trombette alla mano e sguardo gagliardo, camioncini con cassoni carichi di ragazzi che innescavano fuochi di artificio, qualche ragazza nei sedili posteriori dei veicoli, in quel momento divenuti carrozze di uscita dalla scolarità per la gioventù felice. Scrivendo mi lascio però andare a quella che io stessa definisco la pratica comune di fare conoscenza delle cose riportandole a ciò che si conosce già: mi abbandono al rievocare Napoli e i suoi quartieri spagnoli -povera bambina che poco ha visto del mondo. Letteralmente scrivo: la sporcizia, la densità di gente, la vicinanza delle abitazioni, la promiscuità delle vite domestiche, un’architettura (qui quella haussmaniana e, soprattutto, coloniale) abitata infine(infine?) dalla povertà.
Riportato per amor di fedeltà e autocoscienza.
Non appaiono, nel documento del 18 luglio, le impressioni degli odori più vari che riempiono le strade, dell’umidità impregnante dell’aria di Algiers, degli sguardi curiosi delle persone per strada che vedendo una bianca camminare mormorano i propri dubbi —occidentale o Cabila? Non ritroviamo la descrizione del volto fiero ed elegante di Tata, dei suoi capelli corti nascosti da veli spessi e colorati, del suo naso dritto e le labbra allungate, degli occhi marroni attenti e la mano lesta ad aggrapparsi all’avambraccio di qualcuna quando la camminata si fa molto impegnativa —succede spesso, ha un problema al ginocchio.
Purtroppo, niente di ciò che è stato scritto in quella seconda giornata ad Algiers, primo mio vero giorno di esplorazione in terra maghrebina, è sopravvissuto al vaglio intransigente della polizia morale e dalla critica letteraria, due membri importanti della pluralità del noi che rappresento. Solamente la frase conclusiva si salva dalla mietitura.
Vado a dormire, domani è lunga.



