19 Giugno 2024
Consulat d’Algérie à Paris
Consolato d’Algeria a Parigi, cinque minuti a piedi da casa. Seduta composta, come se una visibile buona educazione potesse avvicinare il momento di essere ricevuta, quietamente aspetto, in mano i documenti necessari per il visto.
Questa mattina sono stata ingenua, e pigra: confermando la statistica per cui più vicine si è a dove si deve andare più tardi si arriva, sono approdata al consolato direttamente all’orario di apertura degli uffici, senza prendere quei sani dieci minuti precauzionali di anticipo. Adesso sono il numero G0025, lo schermo di fronte alle sedie nella sala d’attesa è fermo al F008, e so che dovrò aspettare ancora un po’. L’orologio mostra le 09:03, eppure so che sono le 09:16. Tredici minuti che lasciano una prospettiva ottimista alla mia giornata che deve ancora cominciare.
Un certo nervosismo e insofferenza si diffondono nella sala: una giovane donna ha saltato la fila per domandare qualcosa ad un’inserviente dietro il bancone, e adesso sono venti minuti che discute con l’impiegata. Una donna, lì presente con la madre, la richiama spazientita per poi alzarsi e confrontarsi con lei faccia a faccia, dando (becero) sfogo ad una frustrazione che era condivisa dalla sala ma repressa per amore del quieto vivere.
Sarò bello fare questo viaggio in Algeria. Terrò un diario e annoterò le cose che vedo, le persone che osservo, le scene di vita che mi sei presentano di fronte -non perché esotiche o eccezionali ma proprio per la verità di una quotidianità che sarò disposta e predisposta ad accogliere.
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